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Quanto #condividi? Il cyberbullismo visto dai ragazzi: Presentati i dati della ricerca di Polizia postale e Sapienza

In certi casi la legge, da sola, non basta. Soprattutto quando si affrontano fenomeni complessi, come il cyberbullismo. Comportamenti prevaricatori, persecutori, prepotenti, compiuti in rete e sui social da ragazzi contro altri ragazzi, che a volte configurano reati. E che nascono dal mix "esplosivo" e imprevedibile tra evoluzione tecnologica - il web con la sua viralità  - e le dinamiche psicologiche dell'adolescenza, attratta dalla trasgressione e portata ad agire prima che a riflettere.

Per questo a pochi giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (legge n.71/2017), in vigore dal 18 giugno prossimo, a supportare Forze dell'ordine, educatori, famiglie nella comprensione del fenomeno arrivano i dati della ricerca "Quanto condividi", presentata questa mattina a Roma al Polo anticrimine tuscolano in presenza del capo della Polizia Franco Gabrielli.

La ricerca

Si tratta di un lavoro innovativo basato su un questionario - "E tu, quanto #condividi" - e su focus group che hanno coinvolto 1874 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, il 28,2% di scuola media e il 71,8% delle superiori, di 20 province italiane.

Innovativo perché, ha spiegato la professoressa Anna Maria Giannini del dipartimento di Psicologia dell'Università Sapienza di Roma, che insieme alla Polizia postale ha realizzato l'indagine, ha proposto ai ragazzi 5 storie "vere", tratte dalle indagini della Postale. Obiettivo, esplorare le loro reazioni, la loro percezione della gravità dei fatti, spesso basati sulla condivisione di contenuti, la loro consapevolezza che fossero reati, la loro empatia con le vittime.

La ricerca approfondisce due dimensioni, quella cognitivo/razionale  e quella emotiva. Emerge un paradosso, definito del "giovane navigatore": lo sdoppiamento tra la gravità riconosciuta delle storie, ritenute realistiche, e la scarsa consapevolezza che potrebbe accadere anche a sé stessi o a persone vicine.

Direttamente proporzionale alla consapevolezza della gravità dell'atto - percepita in generale più dalle ragazze che dai ragazzi, propensi a minimizzare i fatti - è l'empatia che si prova per la vittima, che si tende comunque a colpevolizzare. Inversamente proporzionale alla gravità percepita del fatto è, invece, l'identificazione con l'autore. In generale si tende a riconoscere a chi ha agito perché vittima di un torto il diritto a vendicarsi.

I contenuti più condivisi sono foto e messaggi (per 6 ragazzi su 10), il mezzo più usato in assoluto è lo smartphone (9 su 10 ragazzi), il social più usato whatsapp (9 su 10). Molti dei ragazzi del campione, sia delle medie che delle superiori, è convinta che i materiali condivisi in rete hanno una diffusione limitata.

I dati emersi sono stati usati per costruire il compendio Safe web, che presto sarà disponibile come e-book: una raccolta di schede su fenomeni come cyberbullismo, sexting, adescamento, autolesionismo, dipendenze on line; un tool kit di strumenti per riconoscerli, prevenirli e combatterli.

Gli interventi

"Conoscenza e consapevolezza mai come in questo settore sono fondamentali". Ne è convinto il capo della Polizia Franco Gabrielli indicando i 2 "imperativi categorici" per investire sui nativi digitali: "fare cultura e fare rete", in linea con la nuova legge, incentrata "non tanto sulla repressione quanto sulla formazione, l'educazione e il recupero".

Allo stesso modo il direttore centrale delle Specialità della Polizia di Stato Roberto Sgalla, parlando di Safe Web, ha sostenuto il "dovere di dare a chi è contatto con i ragazzi delle competenze di fronte a fatti reali".

Reali come lo è la dimensione virtuale per i nativi digitali, ha sottolineato l'autorità Garante nazionale per l'Infanzia e l'Adolescenza Filomena Albano, che ha anche messo in luce come l'Italia sia un faro per la sua legislazione sui diritti, e ha parlato del "progetto di mediazione tra pari" realizzato dal Garante.

Una necessità di approccio trasversale, dunque, al problema, sottolineata in apertura dei lavori anche dal direttore del servizio Polizia postale e delle Comunicazioni Nunzia Ciardi, e ribadita durante la tavola rotonda da tutte le voci "istituzionali" presenti. Tra queste, il ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca (Miur), rappresentato da Giovanni Vespoli, direttore del Safer Internet Centre, punto di riferimento nazionale per quanto riguarda il rapporto giovani-nuovi media e sicurezza in rete, e il ministero della Giustizia con il capo dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Gemma Tuccillo e altre esperte, e dirigenti psicologhe di due aziende sanitarie locali del comune di Roma, che hanno portato la loro esperienza di operatori a contatto con i ragazzi nell'ambito del percorso della "messa alla prova".